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La realizzazione del politecnico di Zurigo (ETHZ): ne parliamo con Dietmar Eberle

11.2020

Ognuna delle monumentali lastre che formano la facciata dell’e-science lab del Politecnico Federale di Zurigo è un pezzo unico. Ognuno dei monolitici blocchi di travertino chiaro, alti fino a 5 metri, contribuisce con la propria tonalità e con la tipica finitura superficiale che ha reso famosa nel mondo questa pietra.

Ripensando al progetto, trascorsi ormai più di dieci anni, il Professor Eberle, dello studio Baumschlager Eberle, ci parla del suo approccio all’edificio, ai vantaggi della pietra naturale e alle problematiche legate a progetti di queste dimensioni.

“Ogni singolo elemento è stato tagliato, nel nostro stabilimento, dell’esatta misura che consentisse la perfetta posa nella posizione a cui era destinato nell’architettura dell’edificio.”

Qual è stato il suo approccio alla progettazione dell’ETH?

Quando progetto un edificio penso sempre all’atmosfera, al comfort e all’ispirazione. Avendo insegnato all’università per molti anni, sapevo quanto fosse importante che la struttura venisse percepita come “aperto”. L’università si riorganizza spesso, così abbiamo pensato di realizzare un centro pubblico attorno al quale professori, studenti e assistenti potessero organizzarsi come meglio credevano.

Qual è stata l’idea che ha portato alla scelta di queste particolari partizioni?

In ogni edificio pubblico è necessario gestire l’interazione con la luce del sole, in particolare se è frequentato da molte persone. Il sole può riscaldarlo eccessivamente e occorre fare ricorso a costose e inefficienti tecnologie per rimediare. Questi pannelli verticali all’esterno dell’edificio svolgono una funzione molto semplice: dal 28 aprile al 30 ottobre, il sole non arriva al vetro, mantenendo una gradevole temperatura all’interno. Per questo è molto importante l’orientamento dei pannelli esterni in pietra naturale rispetto al sole. Ogni inclinazione è leggermente diversa su ognuno dei quattro lati.

Come è arrivato alla decisione di usare la pietra, in particolare il travertino?

Prima di tutto, il travertino mi piace molto. Avevamo però anche bisogno di una pietra stabile e mi piaceva anche il suo colore – la maggior parte della luce negli ambienti interni dell’edificio viene riflessa dall’esterno e il travertino la attenua creando un’atmosfera molto elegante. Il nocciolo della decisione non era se usare il travertino, ma quale tipo di travertino, che abbiamo scelto dopo una lunga riflessione insieme a Salvatori.

Quali sono state alcune delle sfide emerse dal lavoro con la pietra per un progetto di tali dimensioni?

Sicuramente è stato un progetto complicato. Insieme a Salvatori abbiamo sviluppato un dispositivo appositamente concepito per sollevare la pietra e movimentarla, per poterla poi installare nella posizione prestabilita, tenendo conto della geometria particolare dell’edificio. Oltre al problema dell’installazione della pietra, è stato necessario anche integrare delle guide sui vetri, cosa che potrebbe apparire semplice ma che in realtà si è rivelata piuttosto complicata. Nella mia vita ho realizzato molti edifici e non mi sono mai preoccupato più di tanto perché ho sempre la certezza di avere accanto la persona giusta per portare a termine il progetto.

Com’è cambiato l’edificio nel tempo?

Sono pochi i materiali che hanno la capacità di invecchiare bene: la pietra naturale ne è un esempio. In questo senso è l’opposto di molti materiali tecnici che perdono le proprie caratteristiche estetiche nel tempo. Non occorre pulirla perché i pannelli sporgono leggermente dalla facciata e vengono lavati dalla pioggia. Inoltre, presenta eccellenti caratteristiche di adattamento climatico mantenendo la sua bellezza per innumerevoli anni.

“Ogni singolo elemento è stato tagliato, nel nostro stabilimento, dell’esatta misura che consentisse la perfetta posa nella posizione a cui era destinato nell’architettura dell’edificio.” Ci spiega Gabriele Salvatori, CEO di Salvatori.

Perturbando la decisa forma rettangolare della costruzione, i ritmi geometrici di queste partizioni conferiscono una soluzione di grande impatto visivo. L’interazione della luce solare con l’involucro interno in vetro dell’edificio dona alla struttura una natura sofisticata e sostenibile che perfettamente si addice a una delle più prestigiose università di scienza e tecnologia al mondo.

“Per realizzare il progetto realizzato da Baumschlager Eberle, Dietmar Eberle fondatore dello studio austriaco e docente di architettura presso l’istituto, si è rivolto a noi per avvalersi della nostra esperienza nel reperire, tagliare e installare la pietra con questo schema.

Affinché le lastre del piano terra sembrassero della stessa altezza di quelle del quinto piano, è stato necessario allungarle progressivamente da 4,4 a 5 metri – dimensioni che presentano problemi non trascurabili in fase di lavorazione, movimentazione e posa. Non solo è stato necessario trovare una cava che consentisse di estrarre blocchi di pietra della dimensione necessaria senza che si rompessero ma avevamo anche bisogno di lame specifiche per le macchine da taglio, che dovevano essere modificate per poter tagliare blocchi di quelle dimensioni. Per i blocchi alla fine siamo riusciti a riavviare la produzione in una cava dismessa che aveva fornito il materiale per il Barcellona Pavillion di Mies van der Rohe.

Abbiamo fornito assistenza nell’installazione in loco sviluppando un dispositivo di presa e movimentazione in grado di sollevare le lastre dal camion ruotandole per garantire che venissero inserite nella posizione corretta sui punti di ancoraggio, anch’essi sviluppati appositamente da noi e idonei ad assicurare che la lastra rimanesse in posizione. Utilizzando un contrappeso saldato al dispositivo di presa è stato possibile muovere la lastra, dal peso di una tonnellata, con la forza di un dito. Tutto ciò, per spiegare che si è trattato di un progetto estremamente problematico, ritenuto impossibile da altre aziende, ma che in realtà, siamo riusciti a ultimare in anticipo rispetto alle scadenze.” Conclude Gabriele.